IL FUTURO DEL “MADE IN ITALY”

Valorizzazione delle tradizioni produttive del territorio, preminenza dell’impresa familiare  e attenzione alla qualità dei prodotti e dei processi. Ecco il mix che caratterizza il “Made in Italy” da preservare e trasmettere alle generazioni future come chiave del successo dell’economia italiana.

Da sempre sinonimo di eleganza e artigianalità il “Made in Italy” non è solo il marchio di un “saper fare” tutto italiano ma un vero e proprio patrimonio che ha in sé presente, passato e futuro del Bel Paese. I suoi terreni più fertili sono sempre stati, e sono tutt’ oggi, abbigliamento, arredamento, automazione meccanica e agroalimentare.

Ma tanto successo ha destato non pochi interessi e speculazioni rendendo necessaria negli anni una sua definizione giuridica per evitare che perdesse il suo valore reale. È dunque legalmente “Made in Italy” tutto ciò che è stato interamente realizzato o se in Italia ha subito l’ultima trasformazione sostanziale.

A tal proposito in Italia esistono dei veri e propri “distretti dell’eccellenza”, distinte aree geografiche in cui piccole e medie imprese, legate da una comune esperienza storica, sociale, economica e culturale, formano una rete che costituisce circa un quarto del sistema produttivo del Paese (dati Istat 2011).

L’attenzione all’innovazione, l’efficientamento dei sistemi produttivi, la determinazione a individuare nicchie di mercato sempre nuove appaiono oggi, come nel passato, la cifra distintiva di molte imprese distrettuali, gli elementi che descrivono la capacità di tendere costantemente più verso il cambiamento e la crescita che verso l’involuzione.

La dimensione locale resta la matrice di un modo di fare impresa a rete e di una organizzazione della produzione che mostra ancora molti punti di forza e che si rivela efficiente. In questo perenne pulsare di cambiamenti e di strategie, il distretto si conferma il laboratorio di un’impresa sempre innovativa, capace di adattarsi ai mutamenti di mercato, ma anche di proporre innovazione. Tutto ciò costituisce un’eccellenza italiana il cui know how va preservato e alimentato nel tempo.

In un mercato dove le parole “personalizzazione”, “unicità” e “autenticità”, ma soprattutto “fatto a mano” stanno acquistando un posto di rilievo nel vocabolario di settori come moda, la gioielleria e arredamento, i mestieri d’arte sviluppatisi nei distretti industriali diventano un elemento di attenzione sempre più evidente. Alcuni brand del lusso, da sempre attenti ai trend del mercato, hanno creato delle vere e proprie “Scuole dei Mestieri” legate al territorio.

Prima su tutti è la Scuola di Solomeo, in provincia di Perugia, nata dalla volontà del re del cashmere Brunello Cucinelli, dove si insegnano rammendo e rimaglio, taglio e confezione, orticoltura e giardinaggio e persino l’arte muraria. Perché il mondo intero, spiega Cucinelli a Giuliano Secco in un’intervista sull’Espresso,“è affascinato non solo dai nostri manufatti, ma anche dai nostri luoghi” e quindi c’è più che mai bisogno di un’azione di restauro e abbellimento del territorio italiano.

Brioni, storica azienda oggi parte del gruppo francese Kering, nel 1989, anno in cui si diplomarono i primi studenti del corso quadriennale di sartoria nella scuola Nazareno Fonticoli di Penne (vicino Pescara), ha formato tutte le nuove leve di artigiani entrate nella maison abruzzese. Oggi tutti i capi reparto di Brioni provengono dalla scuola interna.

Nel 2006 Bottega Veneta ha avviato un corso triennale di pellettiera per formare le future generazioni di artigiani, prima appoggiandosi alla Scuola d’arte e mestieri di Vicenza, da ultimo creando una sua struttura didattica permanente all’interno del nuovo atelier di Montebello Vicentino, in collaborazione con il corso di laurea in design della moda dell’Università Iuav di Venezia.

Anche Prada, storica maison del lusso guidata da Patrizio Bertelli, ha ideato in Toscana un polo formativo, la “Prada Academy”, destinato diffondere e tramandare il patrimonio aziendale alle generazioni future.

Da nord a sud, l’intento di restituire nobiltà ai vecchi mestieri artigianali, garantendo un ricambio generazionale delle maestranze, è lo stesso. Nel napoletano, ad esempio, è la Kiton di Arzano ad essere la capofila con la sua scuola interna.

Chi invece non può permettersi di fare formazione interna sono i laboratori che lavorano per conto terzi. I cosiddetti “fasonisti” che in realtà sono in grado di intervenire con estrema rapidità in tutte le fasi della produzione, che rappresentano pertanto la struttura portante della filiera. La tempestività e flessibilità che gli viene richiesta è incompatibile con tempi di affiancamento e apprendimento.

Rimanendo in territorio campano tra i più importanti terzisti non si può non menzionare l’ antica arte serica di San Leucio, parte del distretto industriale di Sant’Agata dei Goti, eccellenza de “Made in Italy”, nota per la produzione di sete per l’arredamento di altissima qualità conosciute in tutto il mondo. Per comprenderne l’importanza basti pensare che i suoi tessuti si possono ritrovare negli arredamenti del Vaticano e del Quirinale in Italia, ma anche all’interno della Sala Bianca di Washington, della Casa Bianca di Mosca, di Buckingham Palace e del Palazzo Imperiale di Tokyo.

Un’altro esempio di “fasonista” d’eccellenza è il Maglificio Ferdinanda di Vazzola, provincia di Treviso, che opera da quasi mezzo secolo come subfornitore di marchi famosi come Hermès, Louis Vuitton e Loro Piana, con un’offerta di servizi a 360 gradi, che va dalla lavorazione dei filati più pregiati alla campionatura e alla realizzazione dei cartamodelli, dalla programmazione dei macchinari alla tessitura, alla confezione e rifinitura a mano, fino al lavaggio, lo stiro e la spedizione dei capi ultimati.

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Bulgari, noto marchio di gioielleria di alta gamma, ha investito sul savoir faire dell’oreficeria italiana costruendo la più grande manifattura di gioielleria d’Europa a Valenza Po, a nord di Alessandria. Uno dei più importanti distretti orafi, insieme a quelli di Arezzo e Vicenza, con più di mille imprese e settemila addetti. Jean-Christophe Babin, Presidente e CEO del brand, afferma che “per Bulgari questo progetto significa investire nell’inestimabile valore dell’arte manifatturiera italiana”. Con la “Bulgari Academy”, per la prima volta nella sua storia, Bulgari dà vita a una scuola interna di alta formazione, una sorta di “università del gioiello” destinata a formare i maestri orafi del futuro.

Ferrari, dal suo canto, si occupa di mantenere alto il livello dei meccanici della Formula 1, settore di punta del “Made in Italy”, con la Motorsport Technical School nata a Monza nel 2011.

Oltre a questi esempi ce ne sarebbero ancora molti da menzionare tutto ciò a dimostrazione di quanto l’Italia abbia saputo nel tempo creare poli d’eccellenza unici al mondo, soprattutto nel mercato del lusso.

Dunque il valore del “Made in Italy” non è riassumibile in quello che è stato in passato e in quello che è nel presente, ma sarà decretato da quanto questi stessi valori riusciranno ad essere trasmessi ai giovani. In tale contesto le scuole d’arte e mestieri, nate spesso dalla volontà dei grandi brand, hanno un ruolo fondamentale per mantenere inalterata nel tempo l’identità artigianale italiana ed assicurarla alle generazioni future.

photo credit by pexels.com

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