Diana Vreeland: l’ imperatrice della moda

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Dalziel pronunciato Dii-el, che in gaelico antico significa “io oso”, era l’impronunciabile cognome da nubile della più conosciuta, Diana Vreeland, una delle signore della moda più influenti del secolo.

Nasce nel 1903, come in tutte le migliori favole della moda a Parigi. Figlia di padre britannico, Frederick Young Dalziel e madre americana, Emily Key Hoffman, vive, conosce e appartiene all’high society americana sin da piccola.

Cresce al Bois de Boulogne, parco che costeggia per un tratto la Senna, dove le coccottes, considerate le grandi personalità di Parigi dell’epoca, sfoggiavano gli abiti più à la page del momento.

Da queste demi-mondaines rubava con gli occhi i segreti di bellezza, osservava gli atteggiamenti, ammirava le stoffe e i colori.

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Proprio i colori hanno accompagnato per tutta la vita professionale e privata Vreeland, come si legge nella sua biografia:

“Il viola è un colore che mi piace davvero. Ma in fin dei conti mi piacciono tutti. Ho occhio per il colore… forse è il dono più eccezionale che possiedo. Il colore dipende totalmente dalla tonalità. Il verde, ad esempio, può essere quello del metrò, però se ottieni il verde giusto… il verde primavera, per esempio, è meraviglioso. Il verde dell’Inghilterra e quello della Francia sono i più bei verdi primavera. Il verde dell’Inghilterra è un po’ più intenso del verde della Francia, e un po’ più scuro…

Il rosso è il grande chiarificatore: brillante, purificatore e rivelatore. Rende belli tutti gli altri colori. Non potrei mai stancarmi del rosso… sarebbe come stancarsi della persona che ami. Per tutta la vita ho inseguito il rosso perfetto. Dai pittori non riesco mai a farmelo preparare. […]

Balenciaga aveva più di tutti un meraviglioso senso del colore: i suoi tête de nègre, café au lait, i suoi viola, magenta, malva. […] In un colore la luce è tutto.”

(da DV Diana Vreeland, Donzelli editore, Roma, pag.137)

Cittadina del mondo, trapiantata a New York, in seguito alla prima guerra mondiale si trasferisce a Londra per qualche tempo dopo aver sposato a diciotto anni Reed Vreeland, il “grande amore” della sua vita.

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In Gran Bretagna inizia a cimentarsi con il mondo del lavoro aprendo un negozio di lingerie, che annoverava tra le sue clienti “la scandalosa” Wallis Simpson, futura Duchessa di Windsor.

Al suo rientro in America, Diana si fa notare ad un ballo al St. Regis dalla storica direttrice di Harper’s Bazaar, Carmel Snow, che le propone di lavorare per la rivista.

Esordisce con l’ indimenticabile rubrica ideata da lei “Why don’t you?”, ove offre eccentrici consigli di lifestyle, spunti moda e inconsuete perle di beauty alle signore.

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Si può affermare che Diana Vreeland abbia inciso profondamente il modo di guardare al giornalismo di moda, è stata Lei la prima ad utilizzare celebrità per le copertine, come nel caso della giovanissima Barbra Streisand fotografata da Avedon, a scoprire e lanciare talenti come Twiggy, Cher, Lauren Bacall, Lauren Hutton, Marisa Berenson.

Ha contribuito alla crescita di Manolo Blahnik, è stata la madrina di Emilio Pucci, promuovendo l’ articolo “An Italian Skier Designs” dopo un breve, casuale incontro alpino. E ancora Missoni che ha aiutato ad arrivare nei Department Store. Ha coniato il nome pigiama palazzo di Galiztine e Forquet.

barbara

Dopo ventisei anni circa di servizio per Harper’s, cambia testata e diventa capo redattore di Vogue.

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Nel 1971 le vendite del giornale si contraggono bruscamente e Diana viene licenziata da Vogue, perché i suoi editoriali, seppur sognanti e raffinati, superano drammaticamente i budget.

Nel suo libro racconta:

“Quando seppe la notizia, Ted Rousseau del Metropolitan Museum mi venne a trovare. Ero molto affezionata a lui. Che uomo meraviglioso. Cresciuto a Parigi. Lui era il Metropolitan. Mi sistemò in un ufficio del Costume Institute, che era stato al Met per anni.[…] Tanto per cominciare, era stata donata una collezione davvero fantastica: scialli, merletti meravigliosi, vestiti del Directoire eccetera, eccetera, vestiti del Settecento… non è soltanto una collezione incredibile, ma anche ben conservata.[…] Vedete tutto respira lì, gli abiti si trovano dietro alle veneziane, all’interno di enormi armadi… vengono controllate attentamente la temperatura, l’umidità e la luce. La prima mostra era dedicata a Balenciaga. Era il tipo di spettacolo che i funzionari del museo si aspettavano.”

(da DV Diana Vreeland, Donzelli editore, Roma pag.239)

L’anno dopo la fine con Vogue, la sua ostinata ed eclettica personalità creativa, la porta a collaborare con il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York. Diana per diciassette anni cura mostre, ormai impresse nella storia.

Nell’1983 ha fatto scalpore la prima retrospettiva su un couturier ancora in vita, Yves Saint Laurent.

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Pochi anni dopo Diana Vreeland muore nella sua casa newyorchese ad ottantasei anni, lasciando nella moda un segno rosso laccato, il suo colore preferito.

 

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Per il libro citato nell’articolo:

Ph. credits:

http://www.vogue.it/news/encyclo/personaggi/v/diana-vreeland

https://www.spectator.co.uk/2013/03/an-extraordinary-creature/

https://it.pinterest.com/pin/8092

http://www.beatricebrandini.it/diana-vreeland/

http://theageofgrace.com/2016/04/18/diana-veeland-style-genius/

https://www.google.it/search?q=barbra+streisand+per+vogue+vreeland&tbm

https://www.google.it/url2Finterview-magazine

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